lunedì 23 ottobre 2017

Io- noi

Avevo scritto in un post precedente... raccontavo che  la gioia è contagiosa:
http://rallegrati.blogspot.it/2017/10/amicizia-e-grazia.html

Forse anche la solidarietà familiare?

http://rallegrati.blogspot.it/2017/10/io_20.html

Non sono sicura, però ciò che succede nella mia famiglia,( restringo il campo) tra me e mio maritino, forse lo dimostra. Ebbene sì!

Tre giorni esatti dopo il suo intervento alla mano sinistra( tunnel carpale e dito a scatto), eccomi, sabato sera al pronto soccorso , dopo una scivolata rovinosa fatta sul mio balcone, con conseguenze dolorosissime.
Corsa al pronto soccorso con dolore indescrivibile: diagnosi :
Frattura polso sinistro plurifocale e scomposta ed angolata meta epifisaria distale radiale e dell’apofisi stiloidea ulnare.

In pratica non potevo guardarmi il polso perché completamente fuori sede, le lacrime scendevano per il dolore, senza accorgermene. Dopo quattro ore, con molte attenzioni da parte di infermieri, medici, tecnici radiologi, e una raddrizzata manuale dell’osso, da parte  dell’ortopedico, ( per poco non svenivo dal male), male tanto!

Quindi , palmare rigido(immobilità del braccio), nell’attesa dell’ingessatura di stamani. 
Ingessatura effettuata ( molto colorata perché secondo il medico mi avrebbe aiutata), ora io e mio marito abbiamo due mani dx ( per fortuna), non siamo mancini, ogni piccolo bisogno manuale dobbiamo essere in due. 
Per fortuna i nostri figlioli, sono (compatibilmente con il lavoro che svolgono) molto presenti.
Gli amici attenti a non farci sentire soli, e di che dobbiamo lamentarci? La provvidenza divina è infinita!

Un’ amica cara ieri sera mi ha scritto: In bocca a lupo. Dio li fa e poi li accoppia. Così sperimentate la comunione dei beni e dei mali.

Vero, questo era un lato che non avevo preso in considerazione.

Anche l’azione più banale, come aprire un barattolo, dobbiamo essere in due, uno tiene il barattolo, l’altro lo svita. E voilà!





venerdì 20 ottobre 2017

Io

Nei giorni di nebbia puoi smettere per un attimo di guardare, puoi respirare, ed ascoltare… chiudi gli occhi e concentrati sulle tue sensazioni, perché  anche un giorno di nebbia non è per caso.
(Stephen Littleword)
                                              
* * *
Nebbia sotto la cupola di San Gaudenzio.

Primo  giorno di nebbia ieri, anche se non molto fitta, una sorta di foschìa, che cambia l’umore, o perlomeno vedi il giorno che trascorrerà in un modo diverso. Non saprei dire se in meglio o in peggio, ma diverso.


Questa è stata la sensazione  che ho vissuto.



 Scattata dalla finestra di una clinica novarese, 
mentre attendevo Lucio, dopo un intervento di routine.

♥  ♥  ♥



lunedì 16 ottobre 2017

Eccomi

Durante la Santa Messa , momento celebrativo importante per la nostra comunità parrocchiale.
Conferimento - Mandato ai catechisti/e
Accoglienza

Catechiste e catechisti con la comunità tutta, iniziamo un nuovo anno con il desiderio di renderci aperti all’azione dello Spirito Santo.

È Lui che continua l’opera in noi e ci spinge ad annunciarlo con franchezza. Chiediamo al Padre, per mezzo di Gesù Cristo, di effondere il suo Santo Spirito su di noi come fuoco che arde, e di renderci annunciatori pieni di amore, fervorosi, gioiosi, generosi audaci in uscita.


Quest’anno, i miei ragazzi riceveranno La cresima o confermazione, per cui in particolare modo avremo bisogno che lo Spirito Santo soffi su di noi. Per farne giovani responsabili e testimoni della fede.

giovedì 12 ottobre 2017

Non serbare nulla, spendi





Non serbare nulla,
spendi, sperpera allegrie, gioie,
scambiale con aria azzurra perché vadano volando,
per il cielo, fanne acqua, riempi i torrenti del mondo
delle sue schiume sprizzanti, entra in anime assopite,
e scuotile per le ali, agita, come di grano,
grandi campi di speranze, straripa, straripati
d’amare e d’essere amata:
perché…
né oggi, né questa notte il tuo amore finirà,
né a me finirà l’amata.
Molto ci resta.
Non senti immense truppe di baci,
e di resistenze, stormi d’avvenire sulle mani,
di rapimenti e di calme?
Quel che mi resta, invisibile, taciuto, serbato in fondo
a ciò che toccano gli occhi, a ciò che le mani toccano?
E non sta sotto la terra, sordo minerale, attesa
di un’anima pura d’oro.
Neanche è un dono senza peso, segreto frutto celeste,
che, attaccato su qualche ramo dell’aria,
si prepara alle tue labbra.
No, non c’è quel che ci resta né in miniere, né sugli alti
orti di stelle mature, non sono diamanti né astri.
Non esiste, non ha forma, neanche soffre dei penosi
perimetri del creato.
Palpita ciò che ci resta solo in quello che ci diamo.
Laggiù, al di là dei baci, degli sguardi, del piacere,
senza una forma, sicuri, i piaceri, baci e sguardi,
aspettati, che si aspettano.
In ogni abbraccio rinasce un nuovo essere altro abbraccio.
Il bacio che si esaurisce ne chiede un altro a se stesso,
nel suo gioioso spirare già sente che matura.
Darmi, darti, darci, darsi!
non chiudere mai le mani.
Le gioie non finiranno, e neanche i baci, né gli anni,
se non le chiudi. non senti quale ricchezza nel dare?
La vita
noi la vinceremo sempre,
affidandomi, affidandoti.

Pedro Salinas


mercoledì 11 ottobre 2017

Romanzo

Riprendo  da Qui…





Gertrude

La Monaca di Monza

È la monaca del convento di Monza dove si rifugiano Agnese e Lucia dopo essere fuggite dal paese.
È figlia di un ricco e influente principe di Milano, che la costringe alla vita monastica…tradirà Lucia!

Protagonista dei capitoli IX e X:

“ D’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta.Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza. Ma quella fronte si raggrinzava  spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento…”
Gertrude è vittima del destino impostole dal padre, e poi carnefice quando tradisce Lucia.

Curiosità

È uno dei personaggi storici dell’opera. Il suo personaggio è ispirato a Marianna de Leyva che nel 1591, costretta dal padre, prende i voti nel convento di Monza e diventa suor Virginia Maria. Già suora, intrecciò una relazione con Gian Paolo Osio (l’Egidio del romanzo) che, per tenere segreta la tresca, uccise una monaca a conoscenza dei fatti.
L’assassino fu arrestato e ciò permise al Cardinal Borromeo di scoprire la tresca. Osio fu condannato a morte e  la monaca venne rinchiusa nella casa delle penitenti di Santa Valeria a Milano, dove finì i suoi giorni.







Padre Cristoforo





Frate cappuccino del convento di Pescarenico. Padre confessore di Lucia, aiuterà i due promessi
Contro i soprusi di don Rodrigo.
Prima di farsi frate si chiamava Lodovico. È figlio di un ricco mercante  ritiratosi dagli affari. Lodovico fu presto in cattivi rapporti con gli aristocratici della sua città, e così, a poco a poco, si fece difensore di deboli e oppressi.

Viene introdotto nel cap. III:

…il padre Cristoforo era un uomo non solo da consigliare, ma da metter l’opera sua, quando si trattasse di sollevar poverelli; e che sarebbe una gran bella cosa potergli far sapere ciò ch’era accaduto…”
Rappresenta l’irrequietezza interiore; è fautore di un cristianesimo coraggioso, capace di prendere posizione in difesa dei più deboli. Ha uno spiccato senso della giustizia, grande determinazione e coraggio.


Curiosità

Sono rintracciabili analogie con la figura storica di Cristoforo Picenardi, padre cappuccino originario di Cremona vissuto agli inizi del XVII secolo, dalla giovinezza turbolenta (come Lodovico) e che prestò la sua opera di 
assistenza ai malati del lazzaretto di Milano, dove morì di peste.




Griso e i Bravi






I Bravi erano gli sgherri e guardie del corpo di don Rodrigo. Griso ne era il capo.
Compaiono per la prima volta nel cap.I:
“ Avevano entrambi intorno al capo una cordicella verde, che cadeva sull’omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cadscante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino dagli ampi e gonfi calzoni: uno spadone, con  una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’bravi”

Curiosità

Il ciuffo che ricade sul volto era portato come segno di riconoscimento e per coprire il viso durante gli agguati (per questo erano previste pene severe a chi  avesse portato i capelli in quella maniera, nonché ai barbieri che li avessero tagliati in quel modo ai loro clienti!).




Dottor  Azzeccagarbugli



Dottor  Azzeccagarbugli

Avvocato di Lecco, intimo amico e complice di don Rodrigo.
Viene introdotto da Agnese nel cap.III:

“… Cercate del dottor Azzeccagarbugli, raccontategli… Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome. Bisogna dire il signor dottor…Come si chiama, ora? Oh to’! Non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel modo. Basta, cercate di quel dottor alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia…”

Meschino, sgraziato, trasandato, al servizio dei potenti, simboleggia la manipolazione della legge a difesa dei privilegi. Quasi un carattere farsesco ( il suo colloquio con Renzo nel cap. III è una “commedia degli equivoci”).
Rappresenta il decadimento e il degrado della giustizia nel XVII secolo  ed è l’esempio di un vile cortigiano e di un parassita che sfrutta don Rodrigi, mettendosi al servizio dei suoi cattivi propositi.

Curiosità

Renzo definirà Azzeccagarbugli “signor dottor delle cause perse” (cap. V). espressione divenuta proverbiale.



La copertina dell'edizione del 1840 del romanzo di Manzoni


Ho cercato attraverso i protagonisti di questo romanzo storico di Alessandro Manzoni, ritenuto il più famoso e il più letto tra quelli scritti in lingua italiana, rinfrescare la memoria, in una lettura breve e non scolastica come penso tutti abbiamo fatto.
“I promessi sposi”, è considerata l’opera più rappresentativa del romanticismo italiano.

lunedì 9 ottobre 2017

La canzone dell'appartenenza



L'appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

L'appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

Uomini
uomini del mio passato
che avete la misura del dovere
e il senso collettivo dell'amore
io non pretendo di sembrarvi amico
mi piace immaginare
la forza di un culto così antico
e questa strada non sarebbe disperata
se in ogni uomo ci fosse un po' della mia vita
ma piano piano il mio destino
é andare sempre più verso me stesso
e non trovar nessuno.

L'appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

L'appartenenza
è assai di più della salvezza personale
è la speranza di ogni uomo che sta male
e non gli basta esser civile.
E' quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa
che in sé travolge ogni egoismo personale
con quell'aria più vitale che è davvero contagiosa.

Uomini
uomini del mio presente
non mi consola l'abitudine
a questa mia forzata solitudine
io non pretendo il mondo intero
vorrei soltanto un luogo un posto più sincero
dove magari un giorno molto presto
io finalmente possa dire questo è il mio posto
dove rinasca non so come e quando
il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo.

L'appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

L'appartenenza
è un'esigenza che si avverte a poco a poco
si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo
è quella forza che prepara al grande salto decisivo
che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti
in cui ti senti ancora vivo.

Sarei certo di cambiare la mia vita se
 potessi cominciare a dire noi.

Giorgio Gaber








Le parole non sono state inventate perché gli uomini s’ingannino tra loro ma perché 
ciascuno passi all’altro la bontà dei propri pensieri.

Sant’Agostino


mercoledì 4 ottobre 2017

Amicizia e grazia

Oggi è stata una giornata ricca.
Ricca di amicizia, di preghiera, di risate.
Le risate sono contagiose sapete? Una tira l’altra. Ci siamo rivisti, sì proprio così!
Anto ,  (laprimaparola) ora, http://asuaimmagine.blogspot.it/ ha organizzato la “rimpatriata” amichevole. L’occasione è stata una salita da Pescara a Milano. E dai tre cantoni ci siamo mossi per ritrovarci.  
Alla nostra datata amicizia prima virtuale, e poi reale, si è unita Rosella, moglie di carlobisestile, mancato sei anni fa, ma con sua moglie 
siamo rimasti in affettuoso contatto.

Riccardo Paracchini, la mamma Aurora, Anto e Gianni,  io e Rosella ci siamo trovati a  Mesero (Mi), abbiamo visitato il Santuario dedicato alla santa Gianna Beretta Molla, pregato, e  poi abbiamo trascorso la giornata in allegria.
E’ stato molto bello ritrovarsi e raccontarci…



Momenti insieme oggi.



Santuario di Santa Gianna Beretta Molla - Mesero (Mi)





























Appendice al post



Questa immagine erano gi amici sulla piattaforma di Splinder l’eqivalente di “lettori fissi” di Blogspot.

Erano gli anni 2008/ 2011, poi Splinder ha chiuso i battenti e siamo migrati, chi in Blogger, chi Fb, chi Word Press… In questa immagine almeno due blogger sono mancati. Ma le amicizie rimangono…



martedì 3 ottobre 2017

Ottobre



Nulla al mondo è delicato come una foglia che cade.
(A. Bucci)




Ottobre è, giallo, arancione, rosso-viola.


Alberi e arbusti in autunno si tingono di caldi colori, prima di lasciar cadere a terra le loro foglie.
La natura si prepara per il lungo riposo invernale, tra poco i viali e i parchi saranno ricoperti da un tappeto di foglie accartocciate. Che bello camminare sentendo quel rumore inconfondibile delle foglie secche che si sbriciolano sotto le scarpe. E nel viale dove ci sono gli ippocastani, tanti ricci cadono a terra e si aprono lasciando intravedere quel frutto simile alla castagna, ma non commestibile.

Anche sul mio balcone, poco tempo fa era colorato di fiori, ora si colora di foglie, la vite canadese sta trasformando il suo colore verde in un colore rossastro. 


La vite canadese del mio balcone




La natura pare una tavolozza  dei pittori. Le emozioni che suscita sono tante, e alzo al cielo i miei occhi, pieni di gratitudine. 





Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.
(Giuseppe Ungaretti)




sabato 30 settembre 2017

Addio settembre




Oggi…ultimo giorno di settembre, un altro mese fugge via.
In questi giorni nelle ore centrali ritroviamo il tepore dell’estate, ma nelle sere che si allungano, si presenta il respiro dell’autunno, l’aria fresca frizzante. 
Arriva ottobre, la natura con i suoi colori morbidi e caldi ti abbraccia con malinconia.




Una poesia di Cristina Campo
Dolce ottobre

Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.
Trema l’ultimo canto nelle altane
dove sole era l’ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.

E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.



mercoledì 27 settembre 2017

Romanzo

Riprendo da qui...





Don Rodrigo


Signorotto del paese di Renzo e Lucia. Ha meno di quarant’anni. Aristocratico, Vive di rendita.
Si “ incapriccia” di Lucia e decide di sedurla in seguito a una scommessa fatta  col cugino Attilio. Sarà l’origine di tutti i guai dei due promessi sposi.

Se ne parla dal cap.III:
“ Le  era passato innanzi don Rodrigo, in compagnia d'un altro signore; che il primo aveva cercato di trattenerla con chiacchiere, com'ella diceva, non punto belle (…) e intanto aveva sentito quell'altro signore rider forte, e don Rodrigo dire: scommettiamo “

Uomo malvagio, mediocre e di mezza tacca ma anche capriccioso, offensivo sarcastico e violento.
Simboleggia l’aristocrazia oziosa, improduttiva e prepotente con i deboli,
che Manzoni critica spesso.
Timoroso della giustizia e delle leggi è terrorizzato da tutto ciò che riguarda la religione e l’aldilà.

 Curiosità

Otterrà comunque il perdono di Renzo.
Nel  Fermo e Lucia,la prima versione de I Promessi Sposi, la fine del personaggio era diversa.

Rodrigo, appestato e in preda al delirio, balza su un cavallo dopo aver visto Lucia, cade rovinosamente, e muore.

lunedì 25 settembre 2017

Le tue Meraviglie


Canto

Ora  lascia oh Signore
che io vada in pace
perché ho  visto le tue  meraviglie
il tuo popolo in festa per le strade correrà
a portare le tue meraviglie

La tua presenza ha riempito d’amore
le nostre vite le nostre giornate
in te una sola anima
un solo cuore siamo noi
con te la luce risplende
splende più chiara che mai
                                                          
Ora  lascia oh Signore
che io vada in pace
perché ho  visto le tue  meraviglie
il tuo popolo in festa per le strade correrà
a portare le tue meraviglie


La tua presenza ha inondato d’amore
le nostre vite le nostre giornate
tra la tua gente resterai
per sempre vivo in mezzo a noi
fino ai confini del tempo

cosi ci accompagnerai





giovedì 21 settembre 2017

Evviva l'autunno!



L’autunno è alle porte e bussa, in verità il clima è cambiato da alcuni giorni, dopo qualche scroscio di pioggia, la temperatura è scesa, in maniera anche brusca, tanto da lamentare qualche malanno.
Ma pare che i miei fiori e le piante non l’abbiano ancora avvertito, le foglie sono sempre verdi, le rose continuano a fiorire… solo i miei mici pelosi si sono impigriti,  fanno una capatina fuori e poi s’infilano in casa a cercare il calore e ovviamente  le coccole.














Sì, domani Equinozio d’autunno, (NOTTE UGUALE AL GIORNO ) Questo fenomeno si verifica solo due volte all'anno (a marzo, in occasione dell'equinozio di primavera , e a settembre, appunto, per l'equinozio d'autunno) e in quel momento le ore diurne e notturne si dividono quasi perfettamente a metà perché l’asse di rotazione terrestre è perpendicolare alla direzione dei raggi solari. Da qui la definizione "equinozio" che deriva dal latino aequinoctium e vuol dire "notte uguale".
Mi piace molto la stagione autunnale, con i colori dorati della natura, crea in me una romantica nostalgia, una quite interiore.


Benvenuto Autunno!




La musica dell’estate lontana vola intorno

all’autunno cercando Il suo nido perduto.


R. Tagore



lunedì 18 settembre 2017

Una donna



CATERINA DA SIENA : PRIMA DONNA DOTTORE DELLA CHIESA

Il 4 ottobre 1970 Paolo VI  proclamava ufficialmente che S. Caterina da Siena era annoverata tra i Santi dottori della Chiesa Cattolica : il termine dottore veniva ricondotto alla sua origine latina, ductor, cioè guida mediante la dottrina.
Il nuovo titolo attribuito alla Santa, già co-patrona d’Italia e successivamente co-patrona d’Europa, era il riconoscimento dell’ortodossia della sua dottrina e del suo apostolato sapienziale. I suoi scritti, il Dialogo, le 381 lettere e le 26 Orazioni, costituiscono “un corpo dottrinale che è insieme dogma e morale, sociologia e psicologia, mistica e pedagogia”.
La lettura degli scritti cateriniani ci pone in presenza “di una bellezza e di una profondità che danno al cuore quasi la stessa gioia che dà un brano del Vangelo o di una lettera di S. Paolo”. Lo storico francese Louis Canet osserva : “Il messaggio iniziale, la buona novella di Gesù Cristo non ha subito in lei alcuna trasformazione snaturante, alcuna falsificazione. Nei suoi scritti (il messaggio evangelico) brilla nello splendore della sua purezza primitiva”. Dio è amore e chiunque dimora nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.

A Caterina viene spesso riferito il termine “illetterata” : questo termine non equivale ad ignorante : le sue pagine sono tra le più belle della nascente letteratura italiana. I biografi riferiscono che Caterina imparò a leggere tardi e ancora più tardi, sui trent’anni a scrivere.
Cosa che non deve stupire : l’analfabetismo era la condizione della gran massa del “popolo” e anche molti esponenti della classe feudale si servivano di scrivani. Ma ogni pagina  rivela la presenza di un vasto patrimonio culturale sacro che va dalla Bibbia ad opere di suoi contemporanei, unito ad una salda e limpida formazione teologica. Questa cultura è attinta dall’ambiente in cui la Santa si forma nella sua adolescenza, prevalentemente ispirata dal pensiero domenicano; e più tardi da quello del cenacolo che si riuniva intorno a lei, comprendente uomini e donne di vasta cultura. Ma la componente fondamentale della sapienza cateriniana è e rimarrà sempre la dottrina “infusa”in lei dall’unico vero Maestro, la “prima dolce verità”.
Nel 1376 i fiorentini le chiesero di intercedere presso il Papa, con il quale c’erano stati motivi di disaccordo per motivi di tasse e di alleanze politiche. Caterina andò dunque come ambasciatrice di pace ad Avignone con alcune sue discepole, un altare portatile e tre confessori al seguito. Al papa Gregorio XI disse: “Otterrete di più col bastone della benignità che col bastone della guerra”. E fu così che il papa, convinto da Caterina, il 13 settembre 1376 lasciò definitivamente Avignone per fare rientro a Roma, come Caterina lo aveva implorato.

 Santa Caterina da Siena implora papa Gregorio XI di ritornare a Roma

Opera di Giovanni di Paolo

Il papa arrivò a Roma il 17 gennaio 1377, ma poco dopo morì. Naturalmente questa rientro comportò subito dopo un’aspra lotta fra papato e cardinali francesi, che volevano mantenere la corte papale in Francia. Di questo problema politico e diplomatico si occupò ancora Caterina, chiamata l’anno successivo a Roma dal successore di Gregorio XI, papa Urbano VI, per aiutarlo a risanare lo scisma occidentale che si era venuto a creare. Urbano VI era un papa con qualche squilibrio mentale, violento, ostinato; i Francesi però avevano nel frattempo eletto l’antipapa Clemente VII e la Chiesa romana, per sopravvivere, doveva essere difesa con una militanza energica, che Caterina generosamente elargì, malgrado le personali delusioni.

Estasi di Santa Caterina





C'è una pagina, stupenda e terribile, in cui tutto ciò appare evidente: è la Lettera 273, a frate Raimondo da Capua, divulgata da tutte le antologie.
Siamo nel 1377. Niccolò di Toldo, un gentiluomo perugino, viene condannato a morte dai magistrati senesi, con l'accusa di spionaggio «per alcuna parola che incautamente avea detta che toccava lo Stato». Narra un testimone: «Per la prigione egli andava come uomo disperato, non volendosi confessare, né udire né frate né prete che li dicesse cosa che appartenesse alla sua salute. Alfine fu mandato per questa vergine, la quale con grandissima carità l'andò a trovare in prigione».

La Lettera 273

Quello che accadde lo racconta lei stessa nella Lettera.

La prima parte costituisce una sorta di premessa a quella che sarà la scena culminante. A frate Raimondo, «padre» inquanto sacerdote confessore e «figliuolo» in quanto discepolo, Caterina esprime il desiderio di vederlo perdersi per ritrovarsi, annegandosi umilmente nel sangue di Cristo. Dal costato del «dolce Agnello svenato» sgorga il sangue del sacrificio redentivo, «Intriso col fuoco dell'ardentissima carità sua». S'istituisce così quel binomio sangue-fuoco (fusi in una purificante fornace) che attraversa tutto il testo: quel costato è una bottiglia («bottiga») in cui entra il nostro peccato e ne esce mutato, tanto da diventare «odorifero»; quel cuore squarciato è una «botte» (si allude alla transustanziazione del vino in sangue di Cristo) da cui sgorga un'ineffabile dolcezza, cui attingere abbondantemente per poi condividerla coi fratelli.
Commenta Giovanni Testori, uno scrittore consentaneo (come lo era stato a inizio '900, il senese Federigo Tozzi): «Caterina è come una lama che ha ferito i secoli; li ha trapassati ed è arrivata qui fino a noi, lorda ancora di sangue; un sangue, quello di Cristo e quello di tutti gli esseri viventi, che non le ha mai dato requie; anche se fu l'origine della sua sola, reale pace; e requie». E aggiunge che questa Lettera è proprio «la più implacabile e, per naturale contrappasso, la più placante; almeno una volta che la si sia attraversata o che se ne sia lasciati attraversare». Ma questo non è immediato. Confessa un giovane scrittore, Luca Doninelli, che attorno a questa pagina ha costruito il suo libro d'esordio: «La prima volta che lessi la lettera, ne fui quasi disgustato. Provai ribrezzo per quel sangue». Ma poi comprende: «Era proprio di quel sangue che io avevo bisogno per trovare il volto della mia vita».
Nella parte centrale del testo Caterina racconta l'incontro con Niccolò, che - da lei confortato - si confessa, si comunica, accorda la propria volontà col disegno di Dio. Ha un solo timore: non avere più questa forza in punto di morte. «Ma la smisurata bontà di Dio lo ingannò...».
Commenta Mario Pazzaglia: «L'"inganno" di Dio consiste nel suscitare nel cuore del giovane il desiderio affettuoso della presenza di Caterina, creatura umana che con la sua ardente carità diviene l'espressione sensibile della misericordia e dell'amore divino. Attraverso questo affetto ancora umano, ma purissimo, il giovane riceve la rivelazione di un amore più grande... Dio gli si rivela attraverso la presenza di lei».
Attraverso l'umano: questo è il metodo che Dio ha scelto per rivelarsi all'uomo; attraverso un'intensa affezione si perviene alla chiarezza della ragione. Ciò che rende Niccolò «tutto gioioso e forte», ciò che muta la «tristizia in letizia» è la certezza che lei - «la dolcezza dell'anima mia» - sarà lì ad attenderlo sul patibolo (che - grazie a lei - il condannato giunge a chiamare «luogo santo»!).
Caterina rende concretamente presente il Signore a lui, così come la Madonna e santa Caterina d'Alessandria sono realmente una «presenzia» per lei.
Ugualmente reale è il dialogo in cui la giovane «costringe» Maria a fare la grazia (che Niccolò sperimenti nell'attimo supremo la luce, la pace e la visione di Dio, fine ultimo); e la Madonna promette: di qui una commozione tale che la Santa non vede più neanche la folla di curiosi che eran lì per l'esecuzione. 
Nel sangue di Cristo

Niccolò giunge «come agnello mansueto» (sempre più simile all'Agnello) e si fa fare da lei il segno della croce; un attimo prima di morire «la bocca sua non diceva se non Gesù e Caterina»: la meta ultima in cui riporre tutta la propria speranza, e lo strumento venerabile attraverso cui, per grazia, gli era stato dato di riconoscerla.
La Santa, mentre riceve la testa del decapitato, tiene gli occhi fissi sulla bontà di Dio e dice quel tremendo «Io voglio!».
E vede: Cristo, nell'unione ipostatica di Dio e Uomo, accoglie attraverso la soglia del costato - «bottiga aperta» -, il «desiderio santo» di Niccolò.
Sangue nel sangue, fuoco nel fuoco. Il sangue del giovane «valeva» perché versato in memoria del sangue di Cristo. E l'anima di Niccolò, prima di varcare la soglia, si volge indietro e fa un inchino a Caterina che l'ha accompagnata, come fa una sposa prima di entrare nella dimora dello Sposo.
Addosso alla Santa rimane quell'«odore di sangue», cioè quel desiderio del martirio e quell'«invidia» per colui che l'ha appena preceduta. Un evento che si pone come «prima pietra» su cui edificare l'opera della «bella brigata». E come pietra di scandalo.

“Bella brigata” così venne chiamato  il “movimento” che si costituisce attorno a Caterina , formato da  artigiani, professionisti, poeti e pittori, religiosi e laici, nobildonne e popolane, nel quale tutti contagiati da lei, imparano un amore totale per Cristo e per la Chiesa. Tra tutti si discute di teologia e di mistica, si legge la Divina Commedia e si studia san Tommaso d'Aquino. Negli anni in cui Petrarca cominciava a pilotare la cultura europea in direzione opposta, permane questa sacca di resistenza in cui ci si aiuta a «prendere ragione» della fede e della  speranza.


Qui, la lettera